Assoraider, Associazione Italiana di Scautismo raider

Quanto vale economicamente il volontariato? Ossia, quanto si spenderebbe se i volontari non lavorassero gratuitamente, ma fossero regolarmente retribuiti per le attività che svolgono più o meno regolarmente? Di questo si è parlato nella mattinata del 5 luglio scorso al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), durante la presentazione della ricerca su La valorizzazione economica del lavoro volontario nel settore no profit, realizzata dall’Istat su richiesta dell’Osservatorio sull’economia sociale del Cnel. Questo lavoro nasce dalla sfida lanciata il 26 ottobre scorso da Lester Salamon, direttore del Center for Civil Society Studies della John Hopkins University (il più importante centro di studio e di elaborazione a livello mondiale sull’economia sociale no profit), il quale, partendo dalla constatazione che al mondo d’oggi “solo ciò che si può contare, conta davvero”, auspicava di misurare il volontariato utilizzando dati, numeri e statistiche per far capire l’ordine di grandezza, la composizione e, dunque, il suo impatto sulla società. Ma come si misura il volontariato? In risposta a quest’interrogativo sono stati realizzati ilManual on the Measurement of Volunteer Work dell’Ilo (International Labour Organization) e la Ricerca Istat-Cnel,  entrambi oggetto del convegno. Il primo contributo, di respiro internazionale, fornisce le indicazioni necessarie per conoscere il numero, le caratteristiche e il valore economico dei volontari, evidenziando il fatto che il volontariato è «lavoro», cioè produce beni e servizi compresi nella definizione di produzione degli SNA, anche se non è né pagato, né obbligatorio. Si tratta di tempo che alcuni individui dedicano gratuitamente ad attività svolte da un’organizzazione o, direttamente, a beneficio di altre persone al di fuori dell’ambito domestico, per almeno un’ora, considerando un periodo di riferimento. Il lavoro volontario, dunque, fornisce un contributo economico e sociale alla società ed è fondamentale per il suo benessere (si vedano, ad esempio, gli studi sui nuovi indicatori di benessere per la misurazione del PIL che Istat e Cnel stanno rivoluzionando insieme). Dal Manuale dell’Ilo emerge, quindi, che sono 140 milioni i volontari dei 37 paesi presi in considerazione (pari al 12% della popolazione adulta); essi lavorano in media 6 ore alla settimana e producono l’1,2% del PIL (più di 400 miliardi di US$), mentre ammontano a 20,8 milioni le occupazioni equivalenti a tempo pieno.

La ricerca tutta italiana dell’Istat si basa, invece, sull’ottavo censimento dell’industria e dei servizi del 2001, da cui i volontari attivi nelle istituzioni no profit risultano essere 3.315.327 unità (con un +3% rispetto al precedente) e sul censimento dell’Istat relativo alle istituzioni no profitdel 1999, che ha rilevato le ore prestate dai volontari. In particolare, nell’ambito della rilevazione censuaria, era previsto che ogni istituzione indicasse il numero dei volontari distinti per la modalità di svolgimento dell’attività (saltuaria o sistematica) e, successivamente, il numero medio di ore prestate nel mese di riferimento. Da qui è stato utilizzato il metodo del costo di sostituzione che consiste nell’assegnazione di un valore economico al tempo offerto dai volontari, per ogni tipo di funzione che assolvono, in accordo con il costo che sarebbe necessario pagare qualora si acquistassero gli stessi servizi di mercato. Una seconda variante, invece, ha assegnato la retribuzione di una professione “vicina” o comunque simile alla mansione che normalmente svolgono. La Ricerca, dunque, stima economicamente il lavoro volontario intorno allo 0,7% del PIL nazionale, riferito al 1999 che, se sommato al totale del valore della produzione di tutte le organizzazioni non profit, condurrebbe a quantificare la ricchezza prodotta da questo settore in Italia al di sopra del 4% del Prodotto Interno Lordo.
Come ha sottolineato Gian Paolo Gualaccini, il Coordinatore dell’Osservatorio che ha fortemente voluto la Ricerca, certamente questo risultato non vuole in alcun modo intaccare quell’inestimabile valore di gratuità che è la quintessenza del volontariato, ma si propone di offrirsi come risposta a un interrogativo posto da tempo per sottolineare ancora una volta che quell’atto individuale ha anche un valore sociale ed economico che solo ora è possibile quantificare. Tutto ciò, proprio come auspicava il prof. Salamon, acquista ancora maggior importanza alla luce dell’Anno Europeo del Volontariato, che ricorre quest’anno.
Articolo di Olga Sanese – Fonte: lottimista.com

Post correlati

X